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Non fu una scelta sbagliata. Fra Anthony Quinn, Omar Sharif e Alec Guinness, Peter O’Toole spicca per superbia e fascino ambiguo, denotato da un forte magnetismo che emerge dal suo sguardo fin troppo trasparente. Finisce la storia dell’attore e inizia quella dell’indimenticabile mito cinematografico.

Ritorna accanto di Gene Hackman quando Clint Eastwood lo sceglie per una parte nel thriller politico Potere assoluto (1997), poi diventa il “padre” di Truman Burbank (interpretato da un Jim Carrey in stato di grazia) in The Truman Show (1998) di Peter Weir. Il ruolo del produttore e regista demiurgo di un uomo la cui vita è inconsapevolmente anche un reality show gli farà ottenere non solo una candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista, ma anche un Golden Globe nella stessa categoria.Ex marito di una Susan Sarandon malata di cancro e nuovo compagno di una Julia Roberts che si prenderà cura dei suoi figli in Nemicheamiche(1998), collabora ancora una volta per la Holland ne Il terzo miracolo (1999).I duemila e il passaggio alla regiaDecide poi di passare lui stesso dietro la regia e dopo aver studiato pittura recita e dirige Pollock (2000), per il quale verrà candidato dall’Academy come miglior attore protagonista. Dopo Il nemico alle porte (2000) e A Beautiful Mind (2001), riceve l’ennesima nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista per The Hours (2002) con Nicole kidman e Meryl Streep.

La nona porta, dice, non è che un thriller. Comunque, aggiunge, ho girato un solo film satanico: quel Rosemary’s Baby (1968) che, del diavolo e dei suoi accoliti, raccontava la congiura a fini di potere in un palazzaccio neogotico di New York. Nella foga di prendere le distanze dall’inferno, l’ormai sessantasettenne regista d’origine polacca “dimentica” d’aver girato il delizioso Per favore.

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